124.* [J.H.H. SCHMIDT, Synonymik der Griechischen Sprache, III, Leipzig (Teubner) 1879, pp ]

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1 [J.H.H. SCHMIDT, Synonymik der Griechischen Sprache, III, Leipzig (Teubner) 1879, pp ] 124.* Ψελλός, ψελλίζειν, ψελλίζεσθαι, ψελλότης, ψελλισµός. τραυλός, τραυλίζειν, τραυλότης, τραυλισµός. ἰσχωνόφωνος, ἰσχνοφωνία. βατταρίζειν, βατταριστής, βατταρισµός. 1. I sinonimi tedeschi che corrispondono ai vocaboli greci qui raccolti, sono stottern, stammeln e lallen. In greco, invero, i confini semantici sono diversamente disposti; di qui, sarà utile aver presente, prima di tutto, le differenze nella nostra madrelingua. Eberhard nel suo Synonymisches Handwörterbuch der deutschen Sprache, Nr. 1104, ben distingue: «Stottern consiste nell interrompere, nel bloccare, nel ripetere parole e sillabe, unito ad un penoso senso di sforzo del parlante. La causa risiede o in una difettosa predisposizione naturale o in una disgraziata assuefazione. Stammeln e lallen indicano solo una parlata non compiuta, senza gli ulteriori difetti segnalati da stottern: è il caso del primo tentativo dei bambini, quando riescono a dire solo mezze parole, per cui il loro linguaggio, ancora inesercitato, pur in questi frammenti di discorso, risulta tanto simpatico. Lallen, rispetto a stammeln, specifica un grado superiore, poiché allude a suoni articolati col semplice movimento della lingua». 2. Abbiamo un ottima distinzione dei vocaboli nel seguente passo: 1] Arist. problem. 11,30: διὰ τί ἰσχνόφωνοι παῖδες ὄντες µᾶλλον ἢ ἄνδρες; ἢ ὥσπερ καὶ τῶν χειρῶν καὶ τῶν ποδῶν ἀεὶ ἧττον κρατοῦσι παῖδες ὄντες, καὶ ὅσοι ἐλάττους οὐ δύνανται βαδίζειν, ὁµοίως καὶ τῆς γλώττης οἱ νεώτεροι οὐ δύνανται; ἐὰν δὲ παντάπασι µικροὶ ὦσιν, οὐδὲ φθέγγεσθαι δύνανται ἀλλ ἢ ὥσπερ τὰ θηρία διὰ τὸ µὴ κρατεῖν. εἴη δ ἂν οὐ µόνον ἐπὶ τοῦ ἰσχονφώνου, ἀλλὰ καὶ τραυλοὶ καὶ ψελλοί. ἡ µὲν οὖν τραυλότης τῷ γράµµατός τινος µὴ κρατεῖν, καὶ τοῦτο οὐ τὸ τυχόν, ἡ δὲ ψελλότης τῷ ἐξαιρεῖν τι, ἢ γράµµα ἢ συλλαβήν, ἡ δὲ ἰσχνοφωνία, ἀπὸ τοῦ µὴ δύνασθαι ταχὺ συνάψαι τὴν ἑτέραν συλλαβὴν πρὸς τὴν ἑτέραν. ἅπαντα δὲ δι ἀδυναµίαν τῇ γὰρ διανοίᾳ οὐχ ὑπηρετεῖ ἡ γλῶττα. ταὐτὸ δὲ τοῦτο καὶ οἱ µεθύοντες πάσχουσι καὶ οἱ πρεσβύται ἧττον δὲ πάντα συµβαίνει. 1 Con ciò concorda 2] ib. 11,54: διὰ τί ἰσχνόφωνοι γίνονται; ἢ αἴτιον ἡ κα- * Si avverte il Lettore che la traduzione italiana degli esempi citati non ha alcuna pretesa e vuol solo consentire agli studenti di leggere l intero capitolo senza intoppi, confidando nel successivo riesame di ogni singolo passo. 1 «Perché ad avere difficoltà di favella (ἰσχνόφωνοι) sono i bambini più che gli adulti? Forse che, come quando si è bambini si ha una minore padronanza delle mani e dei piedi ed in quanto più deboli non si riesce a camminare, così allo stesso modo i più piccoli non riescono a padroneggiare la lingua? Se poi sono davvero piccoli, non possono nemmeno articolare i suoni, se non come gli animali, poiché non hanno la padronanza necessaria. Il che non varrebbe solo per chi ha difficoltà di favella (ἰσχονφώνου), ma anche per coloro, i quali hanno una favella difettosa (τραυλοὶ), e altresì per i balbettoni (ψελλοί). Invero, la favella difettosa (τραυλότης) è causata dal non riuscire a padroneggiare una lettera, e non una a caso. Il balbettare (ψελλότης), invece, deriva dal saltare qualcosa, lettera o sillaba che sia. La difficoltà di favella (ἰσχνοφωνία), poi, è data dal non riuscire a collegare in modo fluente un sillaba dopo l altra. Il tutto per impoten- 1

2 τάψυξις τοῦ τόπου ᾧ φθέγγονται, ἣ ὥσπερ ἀποπληξία τοῦ µέρους τούτου ἐστίν; διὸ καὶ θερµαινόµενοι ὑπὸ οἴνου καὶ τοῦ λέγειν συνεχῶς, ῥᾷον συνείρουσι τὸν λόγον. 2 Cf. ib. 11, Di qui, ἰσχνόφωνος sarebbe il balbuziente, che per lo più non riesce a finire il discorso, vi resta incagliato; solo che nella descrizione aristotelica non si fa cenno al penoso ripeter delle parole. Ψελλός potrebbe corrispondere al nostro balbettone (Stammler), il quale deve combattere con varie difficoltà di pronuncia; τραυλός a bleso (lallenden), che non riesce a pronunciare le singole consonanti. 3. L ἰσχνοφωνία, essendo correlata col pronunciare un discorso tutto intiero (συνείρειν τὸν λόγον, 2]), non è da ascrivere propriamente ai bambini, il cui problema non è quello di mettere insieme le parti di un discorso, bensì il discorso stesso, cioè una maggiore concatenazione dei pensieri. Di qui, in 3] sono loro attribuiti solo ψελλίζειν e τραυλίζειν, e in 4] questi tipi di loquela paiono causati da un difetto organico. Di contro, paza: insomma la lingua non tien dietro al pensiero. Questa stessa difficoltà patiscono anche gli ubriachi (οἱ µεθύοντες) e gli anziani: ma questo capita meno». 2 «Perché (taluni) sono impediti nella favella (ἰσχνόφωνοι)? Forse che la causa è il raffreddarsi del luogo con cui si emette la voce, che è come un apoplessia di questa parte? Ecco perché, riscaldati dal vino e dal parlare senza sosta, è più facile fare un discorso». Per evitare la contraddizione con quanto affermato nell es. 1], di cui lo Schmidt non pare avvedersi (cf. 3), è necessario che l autore con θερµενόµενοι ὕπὸ οἴνου non voglia intendere οἱ µεθύοντες. 3 11,55: διὰ τί µόνον τῶν ἄλλων ζῴων ἄνθρωπος γίνεται ἰσχνόφωνον; ἢ ὄτι λόγου κοινωνεῖ µόνον, τὰ δὲ ἄλλα φωνῆς; οἱ δὲ ἰσχνόφωνοι φωνοῦσι µὲν, λόγον δὲ οὐ δύνανται συνείρειν (Perché fra gli animali l uomo è il solo che può avere difficoltà di favella? Forse perché è il solo che partecipa della parola, mentre gli altri partecipano della voce? In effetti, chi soffre di difficoltà di favella, possiede la voce, ma non riesce a concatenare una frase). 11,60: διὰ τί ἰσχνόφωνοι γίνονται; πότερον διὰ θερµότητα προπετέστεροί εἰσιν, ὥστε προσπταίοντες ἐπίσχουσιν, ὥσπερ οἱ ὀργιζόµενοι; καὶ γὰρ οὗτοι πλήρεις ἄσθµατος γίνονται. πολὺ µὲν οὖν τὸ πνεῦµα συµβαίνει. ἢ διὰ τὴν ζέσιν τοῦ θερµοῦ ἀσθµαίνουσιν, διὰ τὸ πολὺ εἶναι καὶ µὴ φθάνειν ὑπεξιὸν τῷ τῆς ἀναπνοῆς καιρῷ; ἢ µᾶλλον τοὐναντίον κατάψυξις ἢ θερµότης τοῦ τόπου ᾧ φθέγγονται, ὥσπερ ἀποπληξία τοῦ µέρους τούτου; διὸ καὶ θερµενόµενοι ὕπὸ οἴνου καὶ τοῦ λέγειν συνεχῶς ῥᾴον συνείρουσι τὸν λόγον (Perché [taluni] sono impediti nella favella? Forse che, accalorandosi, si fanno più precipitosi, cosicché s imbrogliano e si bloccano, come chi monta in collera? A costoro, infatti, viene il fiatone; il respiro si fa pesante. Oppure, si sentono mancare il respiro perché ribollono e la tensione si accumula senza che si scarichi al momento di riprendere fiato? O, al contrario, [è] il raffreddamento più che il riscaldamento del luogo con cui si emette la voce, che è come un apoplessia di questa parte? Ecco perché, riscaldati dal vino e dal parlare senza sosta, è più facile fare un discorso). 10,40: διὰ τί µόνον τῶν ζῴων ἄνθρωπος γίνεται ἰσχνόφωνον; πότερον ὅτι καὶ ἐνεόν, ἡ δὲ ἰσχνοφωνία ἐνότης ἐστίν; ἀλλὰ δὴ καὶ οὐδ ὅλως πεπλήρωται τοῦτο τὸ µόριον. ἢ ὅτι κοινωνεῖ µᾶλλον λόγου, τὰ δ ἄλλα φωνῆς; ἔστι δὲ ἡ ἰσχνοφωνία οὐ κατὰ τὸ ὄνοµα ἓν ἢ οὐ συνεχῶς διεξιέναι (Perché solo l uomo, tra gli animali, è quello impedito nella favella? Forse perché è anche muto, e l impedimento della favella è una sorta di mutismo? Ma in tal caso l organo vocale non è completamente formato. O perché comunica con la parola, mentre gli altri con la [sola] voce? Ma l impedimento della favella non riguarda una sola parola quanto [piuttosto] il non esprimersi in modo continuo). 11,35: διὰ τί οἱ ἰσχνόφωνοι οὐ δύνανται διαλέγεσθαι µικρόν; ἢ ὅτι ἴσχονται τοῦ φωνεῖν, ἐµποδίζοντός τινος; οὐκ ἴσης δὲ ἰσχύος οὐδ ὁµοίας κινήσεως, µὴ ἐµποδίζοντός τε τὴν κίνησιν µηδενὸς καὶ ἐµποδίζοντος βιάσασθαι, δεῖ. ἡ δὲ φωνὴ κίνησίς ἐστι µεῖζον δὲ φθέγγονται µᾶλλον οἱ τῇ ἰσχύϊ χρώµενοι. ὥστ ἐπεὶ ἀνάγκη ἀποβιάζεσθαι τὸ κωλῦον, ἀνάγκη µεῖζον φθέγγεσθαι τοὺς ἰσχνοφώνους (Perché quelli impediti nella favella non possono parlare a voce bassa? Forse perché un impedimento li fa desistere dal parlare? Non vi è bisogno di una forza uguale né di un movimento simile, quando nulla ostacola il movimento e <qualcosa> ostacola lo sforzo. Ora, la voce è movimento: emettono suoni più forti quelli che impiegano più forza. Cosicché, dovendo spazzar via l ostacolo, è necessario che coloro i quali sono impediti nella favella parlino più forte). Il testo di probl. 11,35 solleva dubbi che non possiamo trattare in questa sede; qui basti dire che facciamo dipendere βιάσασθαι da ἐµποδίζοντος, non da δεῖ. 2

3 recchie persone, anzi la maggior parte, qualora una sbornia incipiente abbia loro sciolto la lingua, sanno parlare molto più liberamente di quanto farebbero se, pur completamente sobrii, fossero «afflitti da appannamento del pensiero», 4 cioè dall indugiare troppo sul pro e sul contro senza riuscire a risolversi per una precisa asserzione. Cf. 2]. 3] Arist. h. an. 4,9,16s.: ὅσοι δὲ κωφοὶ γίνονται ἐκ γενετῆς, πάντες καὶ ἐνεοὶ (sordomuti) γίνονται φωνὴν µὲν οὖν ἀφιᾶσι, διάλεκτον δ οὐδεµίαν. τὰ δὲ παιδία, ὥσπερ καὶ τῶν ἄλλων µορίων οὐκ ἐγκρατῆ ἐστιν, οὕτως οὐδὲ τῆς γλώττης τὸ πρῶτον, καὶ ἔστιν ἀτελῆ καὶ ἀπολύεται ὀψιαίτερον, ὥστε ψελλίζουσι και τραυλίζουσι τὰ πολλά. 5 4] id. part. an. 2,17,2: καὶ πρὸς τὴν τῶν γραµµάτων διάρθρωσιν καὶ πρὸς τὸν λόγον ἡ µαλακὴ καὶ πλατεῖα (γλώττα) χρήσιµος συστέλλειν γὰρ καὶ προβάλλειν παντοδαπῆ τοιαύτη οὖσα καὶ ἀπολελυµένη µάλιστ ἂν δύναιτο. δηλοῖ δ ὅσοις µὴ λίαν ἀπολέλυται ψελλίζονται γὰρ καὶ τραυλίζουσι, τοῦτο δ ἐστὶν ἔνδεια τῶν γραµµάτων. 6 Che poi ψελλίζειν indichi l inabilità maggiore e τραυλίζειν la minore, come spiega la definizione aristotelica, è mostrato soprattutto dal fatto che il primo termine, denominando l imperfetta loquela del bambino, può essere riferito, in senso figurato, anche ad un modo di proporsi inadeguato, quasi infantile. 5] Plat. Gorg. 485 B:... καὶ ἔγωγε ὁµοιότατον πάσχω πρὸς τοὺς φιλοσοφοῦντας ὥσπερ πρὸς τοὺς ψελλιζοµένους καὶ παίζοντας. ὅταν µὲν γὰρ παιδίον ἴδω, ᾧ ἔτι προσήκει διαλέγεσθαι οὕτω, ψελλιζόµενον καὶ παῖζον, χαίρω τε καὶ χαρίεν µοι φαίνεται καὶ ἐλευθέριον καὶ πρέπον τῇ τοῦ παιδίου ἡλικίᾳ, ὅταν δὲ σαφῶς διαλεγοµένου παιδαρίου ἀκούσω, πικρόν τί µοι δοκεῖ χρῆµα εἶναι καὶ ἀνιᾷ µου τὰ ὦτα καί µοι δοκεῖ δουλοπρεπές τι εἶναι ὅταν δὲ ἀνδρὸς ἀκούσῃ τις ψελλιζοµένου, ἢ παίζοντος ὁρᾷ, καταγέλαστον φαίνεται καὶ ἄνανδρον καὶ πληγῶν ἄξιον. 7 6] Arist. metaph. 1,4,3, su entrambi i principi delle cose di Empedocle, che egli 4 È una bizzarra citazione di Shakespeare (Amleto III 1: sicklied o er with the pale cast of thought)! 5 «Quanti sono sordi dalla nascita, sono tutti anche muti: emettono, certo, un suono di voce, ma nessun parlare distinto. I bambini, come non hanno padronanza delle altre parti, così non l hanno della lingua, all inizio, che è ancora impedita e si scioglie più tardi, cosicché per la maggior parte farfugliano e pronunciano male». 6 Lo stralcio fatto dallo Schmidt è monco e va illustrato. La lingua, scrive Aristotele, è di certo la parte più sciolta e flessibile che l uomo possieda, ed è anche larga (ὀ µὲν οὖν ἄνθρωπος ἀπολελυµένην τε καὶ µαλακωτάτην ἔχει µάλιστα τὴν γλῶτταν καὶ πλατεῖαν), affinché sia utile a due funzioni (ὅπως πρὸς ἀµφοτέρας ᾖ τὰς ἐργασίας χρήσιµος), la prima delle quali è gustare le sostanze (πρὸς τε τὴν τῶν χυµῶν αἴσθησιν); qui Aristotele sembra inserire una considerazione incidentale che gli edd. pongono tra parentesi: infatti, di tutti gli animali l uomo è il più sensibile (ὁ γὰρ ἄνθρωπος εὐαισθητότατος τῶν ἄλλων ζῴων), e la lingua flessibile è l unità più tattile (καὶ ἡ µαλακὴ γλῶττα ἁπτικωτάτη γάρ), ed il gusto è una sorta di tatto (ἡ δὲ γεῦσις ἁφή τίς ἐστιν). Segue, quindi, la seconda funzione: e per articolare con chiarezza le lettere (καὶ πρὸς τὴν τῶν γραµµάτων διάρθρωσιν); non concordiamo con l interpunzione degli edd., dacché si chiude qui l illustrazione delle due funzioni (ἐργασίαι). Il καὶ πρὸς τὸν λόγον ha a che fare con πλατεῖα (che, non contenendo l idea di spessore, comprende anche l idea di piatta, non spessa); dunque intendiamo: καὶ πρὸς τὸν λόγον (e per parlare) ἡ µαλακὴ (γλώττα) καὶ πλατεῖα χρήσιµος (è utile che la lingua flessibile sia anche larga): infatti, con dette caratteristiche di scioltezza (τοιαύτη οὖσα καὶ ἀπολελυµένη) si può proprio dire che possa (µάλιστ ἂν δύναιτο) συστέλλειν... καὶ προσβάλλειν παντοδαπῆ (non già προβάλλειν), contrarsi e distendersi a piacimento. Lo provano quelli che non l hanno troppo sciolta: farfugliano e scambiano le lettere, ed è un difetto di pronuncia. 7 «... ed io provo per quelli che filosofeggiano la stessa identica cosa che provo per quelli che balbettano e giocano. Così, se vedo un fanciullo, a cui ancora si addica esprimersi in questo modo, cioè balbettando e giocando, mi diverto, e mi pare una cosa simpatica, spontanea e confacente alla sua età; se, però, sento un fanciulletto che fa il saputo, ne ricavo un impressione sgradevole, fastidiosa per le mie orecchie, e mi pare un comportamento tutt altro che spontaneo. Ma quando si sente un uomo balbettare o lo si vede giocare al pari di un bambino, appare evidente quanto quegli sia non solo ridicolo, e per nulla virile, ma anche meritevole di sonore bastonate». 3

4 chiama φιλία e νεῖκος: εἰ γὰρ τις ἀκολουθοίη καὶ λαµβάνοι πρὸς τὴν διάνοιαν καὶ µὴ πρὸς ἃ ψελλίζεται λέγων Ἐµπεδοκλῆς, εὑρήσει τὴν µὲν φιλίαν εἶναι 8 τῶν ἀγαθῶν,τὸ δὲ νεῖκος τῶν κακῶν. 9 7] ib. 1,10,2: ψελλιζοµένη γὰρ ἔοικεν ἡ πρώτη φιλοσοφία περὶ πάντων, ἅτε νέα τε καὶ κατ ἀρχὰς οὖσα καὶ τὸ πρῶτον ἐπεὶ καὶ Ἐµπεδοκλῆς ὀστοῦν τῷ λόγῳ φησὶν εἶναι. 10 La pronuncia difettosa di certi suoni, cioè delle consonanti, significata propriamente da τραυλίζειν, produce invero in qualche caso un effetto gradevole. Il che può accadere, quando una r, che va fortemente vibrata, è sostituita da una l, che richiede un sol colpo di lingua, e, in generale, quando consonanti dure cedono il passo a consonanti deboli, o, ancora, quando in un gruppo di consonanti una di esse viene sostituita da una vocale. Chi per primo, dacché altri non vi sarebbero incorsi, avesse pronunciato τετύφαται invece di τέτυπται, avrebbe commesso un vero e proprio errore di genere. Di qui, τραυλός, ma non ψελλός o ἰσχνόφωνος, può divenire un termine indicante un suono melodioso, ad es. il canto degli uccelli. 8] Mnasalca, Anth. Pal. 9,70: τραυλὰ µινυροµένα, Πανδιονὶ παρθένε, φωνᾷ, Τηρέος οὐ θεµιτῶν ἁψαµένα λεχέων, τίπτε παναµέριος γοάεις ἀνὰ δῶµα, χελιδόν; 11 9] Philipp., Anth. Plan. 141: Κολχίδα τὴν ἐπὶ παισὶν ἀλάστορα, τραυλὲ χελιδών, πῶς ἔτλης τεκέων µαῖαν ἔχειν ἰδίων; Troviamo anche indicazioni più precise, secondo cui τραυλίζειν consisteva precipuamente nell incapacità di pronunciare il ρ o anche τρ, mentre ψελλίζειν segnalava molteplici omissioni e confusioni, non esclusa l inabilità al canto. 10] Plut. Alc. 1, di Alcibiade: τῇ δὲ φωνῇ καὶ τὴν τραυλότητα ἐµπρέψαι λέγουσι, καὶ τῷ λάλῳ πιθανότητα παρασχεῖν χάριν ἐπιτελοῦσαν. µέµνηται δὲ καὶ Ἀριστοφάνης αὐτοῦ τῆς τραυλότητος ἐν οἷς ἐπισκώπτει Θέωρον «εἶτ Ἀλκιβιάδης εἶπε πρός µε τραυλίσας Ὁλᾷς Θέωλον; τὴν κεφαλὴν κόλακος ἔχει. ὀρθῶς γε τοῦτ Ἀλκιβιάδης ἐτραύλισεν (= ὁρᾷς, Θέωρον, κόρακος) ] Galen. vol. IX p. 268: ὥσπερ τὸ ψελλίζεσθαι τῆς διαλέκτου πάθος ἐστιν, οὐ τῆς φωνῆς, οὕτω καὶ τὸ τραυλίζειν, µὴ δυναµένης τῆς γλώττης ἀκριβῶς ἐκείνας διαρθροῦν τὰς φωνάς, ὅσαι διὰ τοῦ τ καὶ ρ λέγονται, καθάπερ αὐτήν τε ταύτην τραύλωσιν, καὶ ὁµοίως τάσδε τρέχει, τρέµει, τραχύς, τροχός, τρυφερός, ὅσαι τε ἄλλαι παραπλήσιαι κτλ ] Eustath. p. 1635,22: ὁ κωµικὸς (Ar. fr. 536) τὸ κάππα ἐξελὼν γέλωτα ἐκίνησεν εἰπὼν οὕτω ψελλόν ἐστι (τὸ παιδίον) καὶ καλεῖ τὴν ἄρκτον ἄρτον, τὴν δὲ 8 Dopo φιλίαν manca αἰτίαν; di più, lo Schmidt, secondo un deplorevole ma diffuso vezzo, cambia οὖσαν in εἶναι, perché tronca la frase. 9 «Se uno s applica a cogliere il pensiero di Empedocle senza badare al suo modo approssimativo d esprimersi, troverà che l amicizia è causa dei beni e la contesa è causa dei mali». 10 «Nei primordi la filosofia pare impacciata su ogni cosa, essendo giovane e agli inizi, e applicandovisi per la prima volta. Anche Empedocle dice che l osso sussiste per una ragione, ma...». Poco prima Aristotele dice: «Ma essi [scil. questi filosofi] ne trattano confusamente (ἀµυδρῶς)». Dunque, ψελλιζοµένη e ἀµυδρῶς si spiegano a vicenda. 11 «O figlia di Pandione, di garrula voce lamentosa (qui noi leggiamo τραυλᾷ... ), che accedi all anomalo giaciglio di Tereo, perché mai, rondine, vai gemendo tutto il giorno per la casa?» 12 «La colchidese sterminatrice di figli, come hai potuto, garrula rondine, tenere qual nutrice dei tuoi propri?» 13 «Dicono che il suo difetto di pronuncia si addicesse alla voce e conferisse al suo parlare una grazia seducente. Anche Aristofane ricorda il suo difetto laddove beffeggia Teoro: E Alcibiade mi disse con la sua pronuncia blesa: Osselvi Teolo? Ha la testa di un colvo. Questa volta Alcibiade l ha detta giusta». L intraducibile gioco di parole è tra κόραξ, corvo, e κόλαξ lecchino. 14 V. infra. 4

5 Τυρὼ τροφαλίδα, τὸ δ ἄστυ σῦκα ] Plut. mor. p. 621 E: τοῖς λεγοµένοις προστάγ- µασιν ἐξυβρίζουσι προστάττοντες ᾄδειν ψελλοῖς, ἢ κτενίζεσθαι φαλακροῖς, ἢ ἀσκωλιάζειν χωλοῖς Quando forme come ψελλότης e ψελλισµός, τραυλότης e τραυλισµός sono parimenti in uso, di solito la prima indica la qualità, la seconda l azione; tuttavia una rigorosa distinzione può non essere rispettata. Si confronti l es. 1], ove l essere in senso globale ψελλός e τραυλός è designato con ψελλότης e τραυλότης, con l es. 14], ove si parla dell imitazione di un azione. 14] Plut. mor. 53 C: ὥς που καὶ Πλάτωνος ἀποµιµεῖσθαί φασιν τοὺς συνήθεις τὸ ἐπίκυρτον, Ἀριστοτέλους δὲ τὸν τραυλισµόν, Ἀλεξάνδρου δὲ τοῦ βασιλέως τὴν ἔγκλισιν τοῦ τραχήλου καὶ τὴν ἐν τῷ διαλέγεσθαι τραχύτητα τῆς φωνῆς Da quanto sopra, τραυλίζειν corrisponde perfettamente al nostro lallen, con cui anche noi pensiamo in primo luogo allo scambio di r con l; ψελλίζειν, invece, è un po meno del nostro stammeln, dacché con questa parola pensiamo ad un incagliarsi parlando, mentre ψελλίζειν segnala solo una pronuncia difettosa. Piuttosto è l ἰσχνόφωνος il balbuziente (der Stammelnde), il quale si blocca nel parlare; laddove il greco, volendo esprimere la cosa con un verbo, cioè pensando all azione ed al suo effetto, con ψελλίζειν sottolinea solo il difetto di articolazione. Al nostro stottern corrisponde senza dubbio βατταρίζειν, βατταριστής, βατταρισµός, parole, di cui anche gli antichi riconoscevano in parte, giustamente, la natura onomatopeica; ma a livello popolare, qualora nessuna parentela etimologica fosse ravvisabile o non vi fosse del tutto, si preferiva farle derivare da singole persone. Cf. Hdt. 4, ] Strabo 15 «Il comico, togliendo il kappa, suscitò il riso dicendo così: è bleso (il bimbetto) e chiama l orsa (árkton) pane (árton), Tiro (Tirò) caciotta (trofalída), la città (ásti) fichi (síka)». 16 Cf. Quaest. conv. 1,4,7: «... (come quando, assunto del giusquiamo col vino,) in preda a detti impulsi perdono il controllo, imponendo ai psellí di cantare, ai calvi di pettinarsi e agli storpi di saltellare su una gamba sola». 17 Cf. Quomodo adulator ab amico internoscatur 9: «... Come pure dicono che gl intimi di Platone ne imitassero la postura ricurva, quelli di Aristotele il travlismo, quelli di Alessandro, il re, l inclinazione del collo e l asprezza della voce nel parlare». 18 ἐντεῦθεν δὲ τὴν Φρονίµην παραλαβὼν Πολύµνηστος, ἐὼν τῶν Θηραίων ἀνὴρ δόκιµος, ἐπαλλακεύετο. χρόνου δὲ περιιόντος ἐξεγένετό οἱ παῖς ἰσχνόφωνος καὶ τραυλός, τῷ οὔνοµα ἐτέθη Βάττος, ὡς Θηραῖοί τε καὶ Κυρηναῖοι λέγουσι, ὡς µέντοι ἐγὼ δοκέω ἄλλο τι Βάττος δὲ µετωνοµάσθη, ἐπείτε ἐς Λιβύην ἀπίκετο, ἀπό τε τοῦ χρηστηρίου τοῦ γενοµένου ἐν Δελφοῖσι αὐτῷ καὶ ἀπὸ τῆς τιµῆς τὴν ἔσχε τὴν ἐπωνυµίην ποιεύµενος Λίβυες γὰρ βασιλέα βάττον καλέουσι, καὶ τούτου εἵνεκα δοκέω θεσπίζουσαν τὴν Πυθίην καλέσαι µιν Λιβυκῇ γλώσσῃ, εἰδυῖαν ὡς βασιλεὺς ἔσται ἐν Λιβύῃ. ἐπείτε γὰρ ἠνδρώθη οὗτος, ἦλθε ἐς Δελφοὺς περὶ τῆς φωνῆς ἐπειρωτῶντι δέ οἱ χρᾷ ἡ Πυθίη τάδε Βάττ, ἐπὶ φωνὴν ἦλθες ἄναξ δέ σε Φοῖβος Ἀπόλλων ἐς Λιβύην πέµπει µηλοτρόφον οἰκιστῆρα, ὥσπερ εἰ εἴποι Ἑλλάδι γλώσσῃ χρεωµένη Ὦ βασιλεῦ, ἐπὶ φωνὴν ἦλθες. ὁ δ ἀµείβετο τοισίδε Ὦναξ, ἐγὼ µὲν ἦλθον παρὰ σὲ χρησόµενος περὶ τῆς φωνῆς, σὺ δέ µοι ἄλλα ἀδύνατα χρᾷς, κελεύων Λιβύην ἀποικίζειν τέῳ δυνάµι, κοίῃ χειρί; ταῦτα λέγων οὐκὶ ἔπειθε ἄλλα οἱ χρᾶν ὡς δὲ κατὰ ταὐτὰ ἐθέσπιζέ οἱ καὶ πρότερον, οἴχετο µεταξὺ ἀπολιπὼν ὁ Βάττος ἐς τὴν Θήρην (Di poi, Polimnesto, probo cittadino dei Terei, accolta in casa Fronima, la teneva come concubina. Col passar del tempo nacque un bimbo ἰσχνόφωνος e τραυλός, cui<, per questo motivo> fu imposto il nome di Batto, come sostengono sia i Terei sia i Cirenei, mentre invece io penso un altra cosa: egli fu soprannominato Batto, quando giunse in Libia, sia per il responso datogli a Delfi, sia per la dignità (regia) che (gli) derivava dal titolo. Infatti, i libi con βάττος intendono re; ed è per questo, credo, che la Pizia vaticinante lo chiamasse in libico, ben sapendo ch egli in Libia sarebbe stato re. Fattosi uomo, venne a Delfi per sapere della voce. Al consultante la Pizia vaticina quanto segue: Batto, venisti per ottener voce: ma Febo Apollo, signore, te 5

6 14,2,28: οἶµαι δὲ τὸ βάρβαρον κατ ἀρχὰς ἐκπεφωνῆθαι οὕτως κατ ὀνοµατοποιίαν ἐπὶ τῶν δυσεκφόρως καὶ σκληρῶς καὶ τραχέως λαλούντων, ὡς τὸ βατταρίζειν καὶ τραυλίζειν καὶ ψελλίζειν. 19 Questi vocaboli non sono molto frequenti, poiché il vero e proprio tartagliare (stottern) si trova invero in pochissimi individui, né può essere in generale attribuito ai bambini, e neppure è pensabile che ne siano affetti oratori o altri personaggi di rilievo, ai quali si può al massimo scusare la τραυλότης. La seguente definizione, stando all abituale metodo dei glossografi, potrebbe andare altrettanto bene per ψελλίζειν. 16] Phryn. in Bekk. An. I, p. 30,24: βατταρίζειν ἄσηµα καὶ ἀδιάρθρωτα διαλέγεσθαι, 20 perché è naturale che il tartagliare (stottern) comprenda anche il balbettare (stammeln). Ma le due citazioni che seguono fanno intendere che βατταρίζειν avesse un significato più ampio che non ψελλίζειν. Si aggiunga che quest ultimo allude ad un fenomeno abituale nei bambini piccoli, mentre βατταρίζειν pare senz altro indicare una deviazione dalla norma; inoltre, va considerata la natura fortemente onomatopeica della parola, press a poco simile nella forma al nostro rappeln (sbattere), il che non fa pensare affatto ad un parlare lento ed esitante, ma piuttosto ad una voce che improvvisamente si spezza e stride. Non si potrà così mettere in dubbio che βατταρίζειν sia un espressione che quasi uguaglia il nostro stottern (tartagliare). 17] Dio Chrys. 11, p. 317 R.: συµβάνει δὲ καὶ τοῦτο τοῖς ψευδοµένοις ὡς τὸ πολύ γε, ἄλλα µέν τινα λέγειν τοῦ πράγµατος καὶ διατρίβειν ἐπ αὐτοῖς, ὅ τι δ ἂν µάλιστα κρύψαι θέλωσιν, οὐ προτιθέµενοι λέγουσιν οὐδὲ προσέχοντι τῷ ἀκροατῇ, οὐδ ἐν τῇ αὐτοῦ χώρᾳ τιθέντες, ἀλλ ὡς ἂν λάθοιεν µάλιστα, καὶ διὰ τοῦτο καὶ ὅτι αἰσχύνεσθαι ποιεῖ τὸ ψεῦδος καὶ ἀποκνεῖν προσιέναι πρὸς αὐτό, ἄλλως τε ὅταν ᾖ περὶ τῶν µεγίστων. ὅθεν οὐδὲ τῇ φωνῇ µέγα λέγουσιν οἱ ψευδόµενοι, ὅταν ἐπὶ τοῦτο ἔλθωσιν οἱ δέ τινες αὐτῶν βατταρίζουσι καὶ ἀσαφῶς λέγουσιν οἱ δὲ οὐχ ὡς αὐτοί τι εἰδότες, ἀλλ ὡς ἑτέρων ἀκούσαντες ] Luc. Jup. trag. 27: ἐν πλήθει δὲ εἰπεῖν ἀτολµότατός ἐστι καὶ τὴν φωνὴν ἰδιώτης καὶ µιξοβάρβαρος, ὥστε γέλωτα ὀφλιmanda fondatore in Libia, d armenti feconda, come se in greco dicesse: O re, venisti per ottener voce. Ed egli di rimando: O signore, venni qui da te per consultarti riguardo alla voce, ma tu mi vaticini cose diverse [scil. da quello che ti ho chiesto], (che vanno) oltre le mie forze, ordinandomi di fondare una colonia in Libia. E con quali mezzi? Con l aiuto di chi?. Tuttavia, pur così parlando, non riusciva a farsi dire altro. Siccome la Pizia continuava a vaticinare nello stesso modo di prima, Batto, lasciandola mentre ancora ripeteva il suo responso, se ne andava a Tera). In primo luogo si noti che ἰσχνόφωνος è la lezione accolta dallo Hude (Oxford ), mentre il Legrand (Les Belles Lettres ) preferisce ἰσχόφωνος (v. infra il commento). In secondo luogo, l espressione ἐπὶ φωνὴν, in evidente opposizione con περὶ τῆς φωνῆς, è volutamente ambigua, poiché può significare sia per recuperare la (tua) voce/per riuscire a parlare, sia per sentire la (mia) voce come equivalente di ἐπὶ τὸ χρηστήριον: la Pizia, infatti, elude la domanda, tanto da spazientire il consultante. 19 «Credo che agli inizi la parola βάρβαρον fosse così formulata per onomatopea riferita a quelli che parlano stentatamente e in modo rozzo e grossolano, come βατταρίζειν, τραυλίζειν e ψελλίζειν». 20 «βατταρίζειν: dire cose indistinguibili e inarticolate». 21 «Ed è proprio questo che accade a chi per lo più mente, di dire cioè cose non pertinenti all argomento e di indugiarvi; e di quel che vogliono dissimulare, parlano non già per metterlo in evidenza, men che meno a chi presta attenzione, e nemmeno a suo luogo, bensì in modo che sfugga del tutto, ed è proprio questo lo scopo, dacché la menzogna suscita quel sentimento di vergogna cui si cede con difficoltà, soprattutto quando si tratti di cose gravi. Di qui, i mentitori, quando giungono a questo punto, non parlano a gran voce, ma alcuni di loro balbettano in modo confuso, altri invece non parlano come chi sa, ma come chi l ha sentito da altri». 6

7 σκάνειν διὰ τοῦτο ἐν ταῖς συνουσίαις, οὐ ξυνείρων ἀλλὰ βατταρίζων καὶ ταραττόµενος, καὶ µάλιστα ὁπόταν οὕτως ἔχων καὶ καλλιρρηµοσύνην ἐπιδείκνυσθαι βούληται. 22 COMMENTO. Con la lettura del N. 124 della Synonymik vogliamo illustrare come andrebbe condotta l indagine semasiologica in un contesto sincronico, ovviamente di un gruppo di presunti sinonimi, affinché emergano le loro differenze. Del pari, appariranno manifesti gli errori e le contraddizioni che un lessicografo dovrebbe evitare. Le osservazioni dello Schmidt ruotano tutte attorno ad uno stralcio dai Problemata di Aristotele (v. es. 1]). Sennonché il redattore dei Problemata non è Aristotele. Ancorché qua e là sembri affiorare materiale di provenienza aristotelica, il greco dei Problemata non è il greco di Aristotele, bensì di un autore decisamente più tardo. Che molti grecisti siano di parere opposto, è un loro problema. Ciò premesso, i soli vocaboli che vanno presi in considerazione, sono: βατταρίζειν, ἰσχνόφωνος, ἰσχνοφωνία, τραυλός, τραυλίζειν, ψελλός e ψελλίζεσθαι. Infatti, ψελλότης, ψελλισµός, τραυλότης, τραυλισµός e βατταρισµός compaiono ben oltre cinque secoli dopo il greco classico, cioè in Plutarco e in Filodemo. Che ψελλότης e τραυλότης, oltre che in Plutarco, ricorrano nei Problemata, ciò suffraga quanto da noi affermato. Infine, βατταριστής è solo in Esichio. 23 Tolta la zavorra, possiamo iniziare l analisi dei contesti. 7. Il primo vocabolo documentato sembra essere βατταρίζειν, sia perché ricorreva in Ipponatte, 24 sia perché vi allude Erodoto. 25 Lo storico afferma che secondo i Terei e i Cirenei il nome Batto era stato imposto al figlio di Polimnesto per via della difficoltà d eloquio. Ciò significa che tale difficoltà veniva espressa da un vocabolo specifico direttamente connesso con Βάττος. Detto vocabolo non poteva che essere βατταρίζειν, ma Erodoto non lo specifica. Perché? In primo luogo, possiamo ipotizzare che per motivi prosastici preferisse usare in quella circostanza un sostantivo o un aggettivo e che, in assenza di un tal vocabolo, vi sostituisse la combinazione ἰσχνόφωνος καὶ τραυλός. In tal caso, però, dovremmo accettare la seguente equivalenza semantica, ancorché non rigorosissima: colui che βατταρίζει è ἰσχνόφωνος καὶ τραυλός, e, viceversa, l ἰσχνόφωνος καὶ τραυλός, quando parla, βατταρίζει. Oppure Erodoto, evitando l uso del verbo, volle in qualche modo rimarcare l assenza di ogni relazione tra il nome Βάττος e il difetto d eloquio, in quanto Batto non ἐβαττάριζε, poiché era ἰσχνόφωνος καὶ τραυλός; in tal caso, la supposta equivalenza semantica sarebbe del tutto negata. Il verbo βατταρίζειν ricorre poi in un luogo di Platone (Tht. 175d), che lo Schmidt non cita forse perché il vocabolo non si trova nel Lexicon dell Ast. 26 Ancorché il testo offerto 22 «Quando parla in mezzo alla gente è timidissimo e nel parlare risulta anonimo, quasi barbaro, tanto da suscitare ilarità durante queste lezioni, dacché non è fluente, ma s interrompe e si agita, soprattutto quando, pur trovandosi in dette condizioni, vuole fare sfoggio di raffinato eloquio». 23 M. Schmidt, peraltro, relega il lemma tra le glosse spurie: βαταρισταῖς τοῖς βαταρίζουσιν <βαττ-> (cf. ed. min. col. 295) 24 Cf. Ι. Bekker, Anecdota Graeca I, Berolini (apud G.C. Nauckium) 1814, p. 85: Βατταρίζειν: Ἱππῶναξ. 25 V. supra (n. 18) il testo dell intero paragrafo. 26 In effetti, la lezione è mutuata da Temistio, poiché i codici leggono βαρβαρίζων. 7

8 dalle edizioni critiche non sia per nulla sodisfacente, sembra chiaro che Socrate stia parlando del comportamento che un corifeo della filosofia, un caposcuola, assume, allorché debba trattare non già dei massimi sistemi, bensì di argomenti molto più terra terra, es. 19]: non essendovi abituato (ὑπὸ ἀηθείας), si mette in tensione (ἀδηµονῶν), non sa che cosa dire (ἀπορῶν) ed esita, parla in modo stentato (βατταρίζων). I verbi ἀδηµονῶ e ἀπορῶ illustrano molto bene l alone semantico di βατταρίζω: infatti, anche se quel filosofo non è un balbuziente, cioè non tartaglia, nelle circostanze indicate da Socrate si comporta proprio come un balbuziente, il quale, quando deve parlare, si agita, non sa che cosa dire, poiché cerca mentalmente la parola per lui più facile da pronunciare, quindi la pronuncia quasi esplodendo, per poi incagliarsi di nuovo. Di qui, si può dedurre che βατταρίζειν, applicato a chi non ha alcun difetto d eloquio, significhi parlare come un balbuziente. Che poi possa essere detto di chi tartaglia, può essere solo presunto. Cicerone, qualche secolo dopo, userà βατταρίζειν nello stesso modo a proposito di un liberto il quale, pur privo di difetti di pronuncia, a domande per lui imbarazzanti risponde esitando, come un balbuziente (cf. Att. 6,5,1). 8. Ora passiamo a ψελλός e ψελλίζεσθαι. La prima ricorrenza di ψελλός sembra essere in Eschilo (Prom. 816), che Schmidt non utilizza. Dopo aver esposto ad Io il di lei futuro vagare, Prometeo puntualizza, es. 20]: τῶν δ εἴ τί σοι ψελλόν τε καὶ δυσεύρετον, ἐπανδίπλαζε καὶ σαφῶς ἐκµάνθανε (se una di queste cose <che ho detto> ti è <parsa> non chiara e difficile da afferrare, ripetila più volte <con me> e cerca di tenerla a mente). 27 Qui, gl interpreti tendono ad attribuire a ψελλόν il significato di oscuro, incomprensibile; il valore dell aggettivo, però, va precisato. Prometeo teme che tutti quei nomi da lui pronunciati, ignoti ad Io, siano stati recepiti come qualcosa di indistinto (ψελλόν) e di δυσεύρετον, difficile da afferrare, da tenere a mente. Lo Schmidt, poi, cita anche un passo di Aristofane (v. es. 12]) ricordato da Eustazio, che per il momento accantoniamo, poiché l uso che vi si fa di ψελλός pare in conflitto con lo stesso Aristofane (v. infra). Nell es. 5] Platone offre un impiego ben circostanziato di ψελλίζεσθαι, da cui si evince in modo inequivocabile che questo verbo indica il balbettare proprio dei bambini che, pur non avendo alcun problema di fonazione né di pronuncia, non hanno ancora appreso a ben articolare tutti i suoni del loro idioma, cosicché, al di là della simpatia, un estraneo può faticare a capirli. Il confronto col luogo del Teeteto sopra citato pare inevitabile ed insieme istruttivo: là chi βατταρίζει è il φιλόσοφος, qui è il φιλοσοφῶν che ψελλίζεται. Là, l azione di βατταρίζειν è indotta da circostanze esterne, quella di ψελλίζεσθαι è qui un affettazione. Va da sé che in questa sede le conseguenze interpretative sotto l aspetto filosofico non interessano. Il significato di ψελλός è ulteriormente chiarito da due luoghi ippocratici. Nel primo (Epid. 7,8 [5,378,22 Littré]), a proposito di una donna anziana, l aggettivo è riferito a φωνή, es. 21]: ἥ τε φωνὴ ψελλὴ διὰ τὸ παραλελυµένον καὶ ἀκίνητον καὶ ἀσθενὲς εἶναι τὸ σῶ- µα (e il suo parlare era balbettante poiché il corpo era paralizzato, immobile e privo di forza), dun- 27 Che ἐπανδίπλαζε possa significare chiedilo un altra volta come vorrebbero molti interpreti, è assai poco probabile, dacché, se è vero che ἐπαν- suggerisca l idea di ancora, un altra volta, daccapo, continuare a, διπλάζω non ha nulla a che vedere col chiedere. La nostra integrazione con me è richiesta dal verso che segue: σχολὴ δὲ πλείων ἢ θέλω πάρεστί µοι (ho più tempo di quanto ne vorrei). 8

9 que la normale articolazione dei suoni è ostacolata dalla paralisi e dalla debolezza. Il secondo passo è più circostanziato (Epid. 7,105 [5,456,8 Littré]), es. 22]: 28 παρὰ ἀµφοτέρων ἀνιδρώσιες, γλώσσης ὑπὸ ξυρότητος ψελλοί (assenza di sudore in entrambi i soggetti, balbettanti per la secchezza della lingua); dunque, è la secchezza della lingua, vale a dire la mancanza di salivazione, a causare la condizione di ψελλός. Un esempio può essere dato dai diabetici, cui capita talvolta di sentire la bocca completamente asciutta, senza saliva, con l impellente bisogno di bere un po d acqua; in queste circostanze essi balbettano in modo molto simile ai bambini che cominciano a parlare. Di qui, il valore di ψελλός e ψελλίζεσθαι sia in senso proprio, e medico, sia in senso figurato, non lascia alcun dubbio. 9. E veniamo a ἰσχνόφωνος, ἰσχνοφωνία. Nel corpus Hippocraticum ἰσχνοφωνία ricorre una sola volta in un luogo non utile ai nostri fini (Epid. 2,5,1 [5,128,5 Littré]). 29 Quanto ad ἰσχνόφωνος, i contesti non sono illuminanti; tuttavia soccorre il commento di Galeno. In Epid. 1,9 [5,656,1 6 Littré], es. 23], Ippocrate afferma che a Taso, nell anno e nella stagione presi in considerazione, vi furono molte malattie, a causa delle quali morirono soprattutto gli adolescenti, i giovani, gli uomini fatti..., gli ἰσχνόφωνοι, quelli che avevano la voce a- spra, i blesi e i fumantini. Il testo di Galeno edito dal Kühn (vol. 17/I, pp. 186s.) è raffazzonato in modo indecente e la traduzione latina, se possibile, è anche peggio, ma grazie al TLG californiano 30 possiamo leggerlo nella più recente edizione del Wenkebach (Leipzig 1934), es. 23c]: λοιπὸν οὖν ἐστιν ἐπισκέψασθαι περὶ τῶν ἰσχνοφώνων καὶ τραχυφώνων καὶ τραυλῶν καὶ ὀργίλων, καὶ πρῶτον <µὲν περὶ τῶν πρῶτον> 31 γεγραµµένων, τῶν ἰσχνοφώνων. εἰ µὲν οὖν οὕτως εἴη γεγραµµένον, τοὺς ἰσχνοὺς τὴν φωνὴν <ἂν ἀκούοι- µεν> 32 ἰσχνόφωνοι γὰρ ἔτι καὶ νῦν λέγονταί τινες, ὥσπερ γε καὶ λεπτόφωνοι. ταὐτὸ <µὲν> οὖν ἑκατέρου <τοῦ> ὀνόµατος σηµαίνοντος, διαφέρουσιν οὗτοι τῶν ἰσχοφώνων, ὡς ἐν τοῖς Περὶ φωνῆς εἴρηται, καὶ δέδεικται γίνεσθαι <τοὺς µὲν λεπτοφώνους> διὰ τὴν στενότητα τῆς τραχείας ἀρτηρίας 33 τοῦ λάρυγγος, τοὺς δὲ ἰσχοµένους τὴν φωνὴν 28 Secondo il Littré questo libro delle Epidemie fa parte di quesgli scritti che, essendo solo mere raccolte di appunti, di annotazioni, non hanno avuto una redazione definitiva, ma che, ciononostante, figurano nel corpus fin dagl inizi. 29 Vi si afferma che solo una varice al testicolo sinistro o destro può far passare l ἰσχνοφωνία. 30 Il Thesaurus Linguae Graecae californiano offre per abbonamento oneroso la possibilità di fare ricerche sul testo di un grandissimo numero di autori. Alcune restrizioni sono poco condivisibili, poiché partono dal presupposto che gli abbonati utilizzino sia le ricerche sia i testi offerti senza citarne la fonte, cioè spacciando i risultati come opera del proprio ingegno e di sforzi personali ed inserendoli in pubblicazioni in vendita, quindi lucrando. Il che può essere vero, ma non lo è sempre. Quanto ai testi digitalizzati, previo accordo con i detentori dei diritti, potrebbero essere messi in vendita agli abbonati. In ogni caso, il TLG è un prezioso strumento, e noi, che qui offriamo gratuitamente il frutto del nostro lavoro, lo citeremo ogni volta che una qualunque informazione proverrà da quella fonte. 31 Il senso di questo passo è dato nella traduzione proposta (cf. n. 34); quindi, tenendo conto delle abitudini linguistiche di Galeno, ipotizziamo due diverse soluzioni: fra πρῶτον e γεγραµµένων potremmo supporre la caduta di un <τῶν κατὰ τόνδε τὸν τρόπον>; oppure, integrando in ogni caso l articolo τῶν davanti a γεγραµµένων, potremmo pensare ad un ὡδί πως in luogo di τῶν, dunque: καὶ πρῶτον <τῶν> γεγραµµένων ὡδί πως ἰσχνοφώνων. Certo è che quel πρῶτον γεγραµµένων non va inteso secondo la traduzione di alcuni medici del Cinquecento (qui primo sunt loco relati), cioè i primi della lista! 32 Un integrazione è necessaria. Tuttavia, piuttosto dell ottativo con ἂν, pare più in linea con la lingua di Galeno un futuro: ἀκουσόµεθα. 33 Cf. Cic. n.d. 2,136: aspera arteria (sic enim a medicis appellatur). 9

10 διὰ τὴν φυσικὴν µοχθηρίαν τῶν κινούντων τὸν λάρυγγα µυῶν. ἑκάτεροι δὲ δι ἀρρωστίαν τῆς ἐµφύτου θερµασίας ἀποτελοῦνται τοιοῦτοι κατὰ τὴν πρώτην διάπλασιν. ὥσπερ δ ἐν τοῖς τὸν λάρυγγα κινοῦσι µυσὶ φαυλότερον ἐξ ἀρχῆς οἱ ἰσχόφωνοι διεπλάσθησαν, οὕτως <ἐν> τοῖς τὴν γλῶτταν οἱ τραυλοί. 34 Stando dunque a Galeno, ai suoi tempi (sec. II d.cr.) ἰσχνόφωνος e λεπτόφωνος 35 erano più o meno sinonimi; di qui, la sola grafia che non dà adito a dubbi, sarebbe ἰσχόφωνος, 36 vale a dire ἰσχόµενος τὴν φωνήν, che è trattenuto/frenato/bloccato nel parlare. In ogni caso, quand anche Ippocrate avesse usato una grafia impropria, possiamo concludere che sia ἰσχνόφωνος sia ἰσχόφωνος non indicano un difetto di pronuncia, che invece affligge i τραυλοί, ma un problema di emissione della voce: di volume o di timbro nel primo caso (ἰσχνόφωνος), funzionale nel secondo (ἰσχόφωνος). Grazie al citato TLG abbiamo trovato un altra ricorrenza di ἰσχνόφωνος in un allievo di Gorgia, Alcidamante, pressoché contemporaneo di Isocrate. Nel suo discorso Sui sofisti egli mette a confronto coloro che preparano, scrivono e leggono i loro discorsi con coloro che, contentandosi di una semplice traccia, li improvvisano. L ovvia superiorita dei secondi viene esposta con considerazioni intelligenti e divertenti. Al 16 egli scrive, es. 24]: ὅταν γάρ τις ἐθισθῇ κατὰ µικρὸν ἐξεργάζεσθαι τοὺς λόγους καὶ µετ ἀκριβείας καὶ ῥυθµοῦ τὰ ῥήµατα συντιθέναι, καὶ βραδείᾳ τῇ τῆς διανοίας κινήσει χρώµενος ἐπιτελεῖν τὴν ἑρµηνείαν, ἀναγκαῖόν ἐστι τοῦτον, ὅταν εἰς τοὺς αὐτοσχεδιαστοὺς ἔλθῃ λόγους, ἐναντία πράσσοντα ταῖς συνηθείαις ἀπορίας καὶ θορύβου πλήρη τὴν γνώµην ἔχειν, καὶ πρὸς ἅπαντα µὲν δυσχεραίνειν, µηδὲν δὲ διαφέρειν τῶν ἰσχνοφώνων, οὐδέποτε δ εὐλύτῳ τῇ τῆς ψυχῆς ἀγχινοίᾳ χρώµενον ὑγρῶς καὶ φιλανθρώπως µεταχειρίζεσθαι τοὺς λόγους. 37 Da questo passaggio, invero, possiamo solo dedurre che l ἰσχνόφωνος non sa parlare ὑγρῶς καὶ φιλανθρώπως; tuttavia al 21 Alcidamante precisa: τοῖς δὲ γεγραµµένα λέγουσιν, ἂν καὶ µικρὸν ὑπὸ τῆς ἀγωνίας ἐκλίπωσί τι καὶ παραλλάξωσιν, ἀπορίαν ἀνάγκη καὶ πλάνον καὶ ζήτησιν ἐγγενέσθαι, καὶ µακροὺς µὲν χρόνους ἐπίσχειν, πολλάκις δὲ τῇ σιωπῇ διαλαµβάνειν τὸν λόγον, ἀσχήµονα δὲ καὶ καταγέλα- 34 «Orbene, dobbiamo esaminare gli ischnófoni, quelli che hanno la voce aspra, i blesi e i fumantini, e cominciamo dalla grafia di ischnófoni. Se la grafia è così, intenderemo gli esili di voce; in effetti, anche oggi diciamo ischnófoni nel senso di leptófoni. Seppure entrambi i termini significano lo stesso fenomeno, i leptófoni differiscono dagli ischófoni, come già s è detto nei libri Sulla voce, ove si dimostra che i leptófoni sono tali a causa della stenosi della trachea all altezza della laringe, mentre gli ischómeni tin fonín sono tali a causa del guasto congenito dei muscoli che muovono la laringe. Gli uni e gli altri devono la loro condizione ad una insufficienza del calore innato all inizio del loro formarsi. E come gli ischófoni hanno malformati fin dall inizio i muscoli che muovono la laringe, così i travlí hanno malformati quelli che muovono la lingua». 35 Il termine ricorre in Aristotele, hist. an. 4,11 (Bekker p. 132): καὶ περὶ φωνῆς δέ, πάντα τὰ θήλεα λεπτοφωνότερα καὶ ὀξυφωνότερα, πλὴν βοός, ὅσα ἔχει φωνήν (e quanto alla voce, tutte le femmine che ne sono dotate, l hanno più sottile e più acuta, eccetto la vacca). L aggiunta di ὀξυφωνότερα chiarisce che λεπτόφωνος, quindi di riflesso anche ἰσχνόφωνος/ ἰσχόφωνος, non allude all acutezza della voce, ma o alla qualità (timbro) o all intensità (volume, potenza), o a entrambe. 36 Si osservi che l Anonymus antiatticista (cf. I. Bekker, Anecdota Graeca cit., I, p. 100) scrive: Ἡρόδοτος ίσχόφωνον (v. supra n. 18). 37 «Quando uno è abituato a rielaborare nel dettaglio i suoi discorsi e a disporre le parole con impeccabile senso del ritmo, e, lentamente ponderando, a perfezionare l esposizione, è inevitabile che costui, qualora si appresti a discorsi non preparati, dovendo fare il contrario di ciò cui è abituato, abbia la mente piena d imbarazzo e confusione, appaia stentato in tutto, per nulla diverso dagli ischnófoni, e in nessun caso riesca a gestire i discorsi con gradevole scorrevolezza grazie ad abile presenza di spirito». 10

11 στον καὶ δυσεπικούρητον καθεστάναι τὴν ἀπορίαν. 38 Dunque, il retore, in preda all ansia, disorientato, indugia e persino si blocca, smette di parlare. I punti di contatto con il luogo del Teeteto platonico (v. supra) sono evidenti. 10. Infine, τραυλός e τραυλίζειν. Il primo, come abbiamo visto, è già in Erodoto, il secondo in Aristofane. I contesti ippocratici ove ricorre τραυλός non consentono un indagine semasiologica, ma il commento di Galeno (v. supra es. 11]) ad aph. 6,32 (es. 25]), 39 che riportiamo per intero, può fornire qualche elemento utile, es. 25c]: Ὥσπερ τὸ ψελλίζεσθαι τῆς διαλέκτου πάθος ἐστίν, οὐ τῆς φωνῆς, οὕτω καὶ τὸ τραυλίζειν, µὴ δυναµένης τῆς γλώττης ἀκριβῶς ἐκείνας διαρθροῦν τὰς φωνάς, ὅσαι διὰ τοῦ τ καὶ ρ λέγονται, καθάπερ αὐτήν τε ταύτην τραύλωσιν, καὶ ὁµοίως τάσδε τρέχει, τρέµει, τραχύς, τροχός, τρυφερός, ὅσαι τε ἄλλαι παραπλήσιαι. Δέονται γὰρ αἱ τοιαῦται πᾶσαι τῆς γλώττης µετὰ τοῦ πλατύνεσθαι στηριζοµένης ἐπὶ τοῖς προσθίοις ὀδοῦσιν. Ὅταν οὖν ἀτονωτέρα τισὶ ὑπάρχῃ, στηρίζεται χεῖρον καὶ οὐ διαρθροῖ τὸν τοῦ τ καὶ ρ φθόγγον, ἀλλ ἐπὶ τὸν τ καὶ λ µεταπίπτει. Δύναται δ αὐτῇ γενέσθαι τοῦτο καὶ διότι βραχυτέρα πώς ἐστι τοῦ προσήκοντος, ὅπερ ἐστὶ σπανιώτατον ἀλλὰ καὶ διότι µαλακωτέρα τε καὶ ὑγροτέρα τὴν κρᾶσιν ἡ τραύλωσις γίνεται. Οὕτω γοῦν καὶ τὰ παιδία τραυλίζει παραπλησίου τοῦ συµβαίνοντος αὐτοῖς ὑπάρχοντος οἷόν τι καὶ περὶ τὴν βάδισιν γίνεται. Καὶ γὰρ καὶ ταύτην τὰ µὲν οὐδ ὅλως, τὰ δ οὐχ ἱκανῶς ἔχει τῶν σκελῶν αὐτοῖς διὰ µαλακότητα στηρίζεσθαι βεβαίως ἀδυνατούντων. Ἐνίοις δὲ καὶ τῶν τελείων, ὅταν διαλεγόµενοι κάµνωσι, συµβαίνει τραυλίζειν, ὥσπερ καὶ τοῖς ἐπὶ τὸ πλεῖστον αὐλήσασιν, οὕτω δὲ καὶ τοῖς ἐν νόσῳ κεκµηκόσιν ἰσχυρῶς τὴν δύναµιν, ὥσπερ γε καὶ διὰ τὸ σφοδρότερον ξηρανθῆναι τὴν γλῶτταν ἐνίοις. Ἀλλ ἡ τοσαύτη ξηρότης οὐδενὶ τῶν κατὰ φύσιν ἐχόντων ὑπάρξαι δύναται. Καὶ διὰ τοῦτο µόνης ὑγρότητος ἀµέτρου σύµπτωµά ἐστιν ἐν τοῖς φύσει τραυλοῖς ἡ τῆς διαλέκτου βλάβη µὴ δυναµένων τῶν µυῶν τῆς γλώττης ἐγκρατῶς στηρίζεσθαι. Τοῦτο δὲ αὐτοῖς συµβαίνειν ἐγχωρεῖ µὲν καὶ διὰ τὴν οἰκεῖαν ἀῤῥωστίαν, ἐγχωρεῖ δὲ καὶ διὰ τὴν τῶν νεύρων, ὧν παρ ἐγκεφάλου λαµβάνει δηλονότι. Καὶ οἱ µεθύοντες οὖν ἐνίοτε τραυλίζουσι, τοῦτο µὲν ὑγρότητι πολλῇ διαβρεχοµένου τοῦ ἐγκεφάλου, τοῦτο δ ὑπὸ πλήθους αὐτῆς βαρυνοµένου. Συµβήσεται γοῦν οὕτω καὶ τοῖς φύσει τραυλοῖς ἤτοι τὸν ἐγκέφαλον ὑγρὸν ὑπάρχειν ἢ τὴν γλῶτταν ἢ ἀµφότερα. Τοῦ µὲν οὖν ἐγκεφάλου τοιαύτην ἔχοντος κρᾶσιν ἀποῤῥεῖν µὲν εἰκός ἐστι περιττωµάτων ὑγρῶν πλῆθος, ὑποδέχεσθαι δὲ αὐτὰ καταῤῥέοντα τὴν γαστέρα, κἀντεῦθεν ἁλίσκεσθαι διαῤ- ῥοίαις µακραῖς τὸν ἄνθρωπον. τῆς γλώττης δ αὐτῆς ὑγροτέρας οὔσης σφόδρα φύσει καὶ τὴν κοιλίαν εἰκὸς εἶναι τοιαύτην, ὡς ἂν θατέρου τῶν χιτώνων αὐτῆς κοινοῦ πρὸς τὴν γλῶτταν ὑπάρχοντος, ἀσθενοῦς δὲ δι ὑγρότητα, κοιλίας δ οἰκεῖον πάθηµα, χρονία διάῤῥοια (vol. 18/1, p [Kühn]). 40 Possiamo rilevare che: a. sia ψελλίζεσθαι sia τραυ- 38 «A coloro che leggono discorsi scritti, qualora per effetto dell ansia tralascino anche un piccolo dettaglio e lo alterino, è inevitabile che ne conseguano imbarazzo, smarrimento e <la> ricerca <di quel dettaglio>; e non solo restano in quello stato per parecchio tempo, ma spesso interrompono il discorso restando in silenzio, creando una situazione imbarazzante, indecorosa, ridicola e irrimediabile». 39 Cf. 4,570,10 [Littré]: τραυλοὶ ὑπὸ διαῤῥοίης µάλιστα ἁλίσκονται µακρῆς (i blesi sono soggetti soprattutto a diarree di lunga durata). 40 «Se da un lato lo ψελλίζεσθαι è un problema di pronuncia, non di voce, dall altro causa del τραυλίζειν è una lingua che non riesce ad articolare correttamente le parole contenenti t seguita da r, come nella parola stessa trávlosis e, del pari, in queste di seguito: tréchi, trémi, trachís, trochós, triferós, e in altre consimili. Tutte queste, infatti, abbisognano che la lingua, mentre si allarga, si appoggi ai denti anteriori. Quando, dunque, ad alcuno capita che la lingua 11

12 λίζειν non sono riferiti ad un problema di fonazione, bensì di pronuncia; b. τραυλίζειν può significare un difetto sia congenito (φύσει) precisamente l incapacità di pronunciare il gruppo consonantico tr sia una fase o transitoria, come il parlare dei bambini, od occasionale, in seguito ad ubriachezza, stanchezza, affaticamento. Non è chiaro il motivo per cui Schmidt citi Aristofane attraverso Plutarco piuttosto che direttamente. Comunque sia, dall es. 10] (v. supra), che cita vesp , si deduce agevolmente che τραυλίζειν segnala l incapacità di articolare la r. Il commediografo utilizza questo stesso verbo in altri due luoghi, dei quali utilizzeremo solo il secondo, 41 nub , es. 26]: ὅστις, ὦ ναίσχυντέ, σ ἐξέθρεψα αἰσθανόµενός σου πάντα τραυλίζοντος, ὅ τι νοοίης. Εἰ µέν γε βρῦν εἴποις, ἐγὼ γνοὺς ἂν πιεῖν ἐπέσχον µαµµᾶν δ ἂν αἰτήσαντος ἧκόν σοι φέρων ἂν ἄρτον κακκᾶν δ ἂν οὐκ ἔφθης φράσας, κἀγὼ λαβὼν θύραζε ἐξέφερον ἂν καὶ προυσχόµην σε. 42 abbia minor tono muscolare, essa non si appoggia in modo sufficiente e non articola il suono t seguito da r, ma cede pronunciando t seguita da l. Questo, peraltro, può anche succedere, perché la lingua è più corta di quel che dovrebbe essere caso peraltro rarissimo, ma si ha trávlosis, perché essa è per sua costituzione più molle e più umida. In verità, anche i bambini travlísi, (ma solo) perché avviene loro qualcosa di simile a quel che accade con la deambulazione: alcuni non camminano affatto, altri non vi riescono in modo sufficiente, poiché le loro gambe, essendo deboli, non riescono a reggersi saldamente. In età matura ad alcuni può capitare di travlísin, quando, continuando a parlare, si stancano, o quando hanno soffiato troppo in uno strumento, oppure sono prostrati da una malattia, o, ancora, hanno la lingua quanto mai secca, anche se una tale secchezza non può sopravvenire, se uno sta bene. Dunque, in chi è travlós per natura la rovina della pronuncia è dovuta alla sola eccessiva umidità, per cui i muscoli della lingua non riescono ad appoggiarsi con forza. Può trattarsi o di una specifica affezione loro o dei nervi, che, come si sa, (la lingua) riceve dal cervello. È così che talvolta anche gli ubriachi travlísusi, sia perché il cervello macera nella molta umidità, sia perché la sua abbondanza lo appesantisce. Capiterà proprio così anche ai travlí, sia che sia umido il cervello o lo sia la lingua, o entrambi. Quando dunque il cervello si trova in tale condizione, è ovvio che (da esso) defluiscano in abbondanza gli umori in eccesso e che l addome accolga questi deflussi e, di lì, l uomo sia colto da diarree perduranti. Quando, poi, è la lingua stessa ad essere oltremodo umida per (sua) natura, è ovvio che lo sia anche il ventre, quasi che, essendo una delle sue due membrane in comune con la lingua, fosse (di riflesso) debole a causa dell umidità. Specifica affezione del ventre, invece, è la diarrea cronica». 41 Il testo del primo (nub : εἶτα τῷ πατρὶ πειθόµενος [erroneamente corretto dal Bentley in πιθόµενος] ἐξάµαρτε κἀγώ τοί ποτε, οἶδ, ἑξέτει σοι τραυλίσαντι πιθόµενος, ὃν πρῶτον ὀβολὸν ἔλαβον ἠλιαστικόν, τούτου πριάµην σοι Διασίοις ἁµαξίδα), a dispetto dell accordo fra gli edd., pone qualche problema che discuteremo altrove. Qui basti dire che sono due le difficoltà: in primo luogo ἑξέτει, perché a sei anni un bimbo normale pronuncia correttamente. Il van Leeuwen nella sua edizione (Leiden , p. 139) si chiedeva: «At etiamne sexennes Athenis pueri blaeso ore loquebantur?». Secondariamente, i due participi aoristi τραυλίσαντι πιθόµενος costringono a presupporre un vero difetto di pronuncia permanente, non già una pronuncia larga (cf. v. 873). Uno scolio recenziore ne dà una parafrasi esplicativa: κἀγὼ οἶδα καὶ γιγνώσκω, ὅτι ποτὲ ἥµαρτον πειθόµενός σοι ἑξαετεῖ ὄντι καὶ ἤδη τὴν βρεφικὴν ἡλικίαν παρατρέχοντι, καὶ τραυλίσαντι καὶ ὑποψέλλως καὶ παιδαριωδῶς αἰτοῦντι ὃν πρῶτον ἔλαβον ὀβολὸν ἡλιαστικόν. Ma lo ripetiamo i due participi aoristi, τραυλίσαντι e πιθόµενος, non determinando in quanto aoristi alcuna circostanza, non possono significare quel che lo scoliasta vorrebbe. Gli editori grecisti sembrano ignorare che cosa sia l aspetto verbale e che cosa significhi. 42 «Io, o sfrontato che sei, sono quello che ti ha cresciuto cercando di intuire, quando farfugliavi ogni parola, quel che volevi dire. Se dicevi brun, capivo e ti davo da bere; le volte che chiedevi mamman, venivo a portarti del pane; non finivi di dire kakkan che ti portavo fuori e ti tenevo (per fartela fare)». I glottologi non si occupano di linguaggio infantile, perché preferiscono masturbarsi il cervello con l indoeuropeo, ma sarebbe un loro dovere. Non è una coincidenza che il figlio di una nostra vicina dicesse brum-brum quando voleva l acqua. Che poi molti bambini dicano am-mam-mam quando vogliano del pane, è noto a tutti coloro che hanno allevato figli. Infine, cacca-cacca è quel che dicevano tutti i bimbi quando sentivano lo stimolo a defecare (ora la situazione è diversa, poiché i moderni pannolini sono fatti con lo scopo diseducativo di ridurre il fastidio, af- 12

13 CONCLUSIONE. Erodoto (cf. n. 18) e gli esempi 19] e 24] mostrano che βατταρίζειν (verbum) e ἰσχνόφωνος (nomen agentis) sono forme in qualche modo suppletive; potremmo aggiungervi anche il sostantivo ἰσχνοφωνία (nomen actionis), ma solo per deduzione. Prima di proseguire, però, dobbiamo brevemente soffermarci sulla questione della grafia, sollevata da Galeno: ἰσχνόφωνος o ἰσχόφωνος? Noi preferiremmo ἰσχόφωνος, lasciando ad ἰσχνόφωνος la sola parziale sinonimia con λεπτόφωνος. Tuttavia, a parte il luogo di Erodoto, ove la lezione più corretta parrebbe proprio ἰσχόφωνος (v. nn. 18 e 36), la tradizione manoscritta non mostra incertezze. Dovremmo ipotizzare un precoce uso improprio di ἰσχνόφωνος, tale da aver occultato ἰσχόφωνος, forma più corretta, ma non più utilizzata né compresa. D altro canto, si tratta di vocaboli di uso poco frequente, cui i parlanti ricorrono di rado e con poco o nullo scrupolo. Anche in italiano, pur esistendo vari vocaboli (balbo, balbettone, tartaglione, scilinguato, balbuziente, bleso, bisciolo), la gente comune le ignora ed utilizza solo balbuziente. Dunque, βατταρίζειν, che è di evidente origine onomatopeica, corriponde al nostro e tartagliare, ed ἰσχ(ν)όφωνος al nostro tartaglione, che si blocca nel parlare. Il balbettare dei bambini, invece, viene espresso dai verbi ψελλίζεσθαι e τραυλίζειν, con una differenza: ψελλίζεσθαι rimarca la difficoltà di capire in chi ascolta, mentre τραυλίζειν sottolinea lo scambio e la confusione tra consonanti e parti di parole. In senso proprio, però, detto di un adulto, τραυλίζειν si applica a colui che è τραυλός, vale a dire bleso. Ψελλός è chi, non riuscendo ad articolare i suoni a causa di contingenti condizioni di salute, balbetta in modo simile ad un bambino, cosicché si fatica a capire quel che dice; di qui l uso figurato dell es. 20] e forse anche dell es. 12], ove, secondo Eustazio, Aristofane definisce ψελλόν un bimbo che in realtà τραυλίζει. L uso linguistico indicato da Meri Atticista (τραυλίζειν Ἀττικοί ψελλίζειν Ἕλληνες) non pare comprovato dalle testimonianze. Più difficile, per la scarsità dei testi, è capire il valore semantico del medio: nell es. 5] Platone usa il participio presente medio, ψελλιζόµενος, non già l attivo ψελλίζων. Aristotele nell es. 3] usa il verbo all attivo, ψελλίζουσι, il cui soggetto è τὰ παιδία, i bimbetti, mentre nell es. 4] utilizza la forma media, ψελλίζονται, il cui soggetto logico sono ὅσοις ἡ γλῶττα µὴ λίαν ἀπολέλυται. Ebbene, possiamo solo ipotizzare con una qualche verosimiglianza che il medio qui rimarichi il non farsi capire, il cui effetto, simpatico, imbarazzante o irritante, è chiarito dal contesto o sottinteso; così, quanto agli esempi aristotelici, il ψελλίζουσι dei παιδία è una semplice constatazione, mentre il ψελλίζονται di chi ha la lingua compromessa, tradisce l imbarazzo sia di chi ψελλίζεται sia di chi ascolta. Da ultimo, l uso figurato, ben documentato per ψελλίζεσθαι e ἰσχ(ν)όφωνος, non tocca τραυλίζειν e τραυλός, mentre βατταρίζειν è escluso dal lessico medico. Tutti gli esempi posteriori, citati dallo Schmidt, non solo non sono utili, ma dànno altresì luogo a forzature: gli exx. 8] e 9] non forniscono alcun elemento per affermare che τραυλός «può divenire un termine indicante un suono melodioso», né che l es. 13] segnali finché se ne prolunghi l acquisto!). L aspetto più curioso è che non stiamo parlando di bimbi nati in Grecia venticinque secoli fa, bensì di bambini nati in Italia nel sec. XX. 13

14 l inabilità al canto, dacché il passaggio plutarcheo può ben sottintendere che per cantare non basti avere la voce, ma sia richiesta altresì una bella pronuncia. 43 Franco Luigi Viero aprile Dieci anni dopo la pubblicazione del terzo volume della Synonymik, Schmidt nello Handbuch der Lateinischen und Griechischen Synonymik (Leipzig, Teubner, 1889, p. 150s.) preciserà un po meglio i significati di ψελλίζειν e τραυλίζειν, ma ribadirà alcune errate osservazioni e, soprattutto, continuerà a far credere al lettore che, ad. es., vocaboli come βατταρίζειν e βατταριστής siano degni della medesima considerazione, mentre il primo è documentato, il secondo no! 14

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